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14 novembre 2010



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Verso l’Impero ronano d’Oriente (di Stefano Poma)
14 novembre 2010
Mentre il nostro inviato nel Berluskonistan lascia il ridente Paese da dove risiedeva da sedici anni come inviato speciale, prosegue lo smantellamento di ciò che resta dell’Impero ronano d’Occidente, dove si guarda a un futuro brillante e roseo. E, il nostro inviato( che talaltro era partito sedici anni fa con pochi capelli e per giunta bianchi e torna ora con una chioma mora e fluente), ha portato con sé le ultime impressioni che s’è fatto dell’attuale Berluskonistan. Con l’uscita di Fini e Lombardo dal governo, B non ha più la maggioranza. Quindi, si andrà alle elezioni. E, la nuova alleanza tra Fini, Casini e Rutelli, il cosiddetto Terzo Polo, secondo gli ultimi sondaggi, prenderà il 14,6% dei voti: rispettivamente 7,7 Fli, 5,8 l’Udc e 1,1 l’Api di Rutelli che, secondo Repubblica, “è il più entusiasta dei tre”. B andando da solo prenderebbe il 26,5%, Bersani (che continua a rimboccarsi e rispiegarsi le maniche) prenderebbe il 23 e 4, Bossi l’11 e 6, Di Pietro il 7,6 e Vendola il 7%. Quindi, senza alleanze congiunte, vincerebbe ancora B. Solo che, purtroppo, sarebbe impossibilitato, avrebbe un piccolo legittimo impedimento. Dovrebbe governare dalla galera. Perché senza il lodo Al Nano bloccato all’ultimo momento dallo smarcamento di Fini, i quattro processi pendenti in cui B è imputato, andranno a sentenza. Ma, con ottimismo, analizziamo il pedigree dei nuovi astri nascenti della politica. Fini: classe 1952, bolognese, a sedici anni entra in politica aderendo all’organizzazione giovanile Fronte della Gioventù, costola del Movimento Sociale Italiano. Il giovane Fini non aveva idee politiche, era più che altro trascinato dal vento anticomunista, dalla nostalgia per i martiri della Repubblica di Salò, e dai racconti eroici (se avete letto erotici vuol dire che stavate pensando a B) e patriottici dei reduci, i quali si schiantavano su quell’ideologia di Sinistra che portava stampati sul petto la falce e il martello, Gramsci, Nenni, Togliatti e la Resistenza. E, forse, è stata questa sua verginità ideologica a farlo crescere come politico. Perché la politica non è l’arte d’imporsi agli altri. Ma riuscire a farsi imporre le ideologie degli altri, gli umori, nobili o meno. Affinché chi sta sotto si veda rappresentato da qualcuno simile a lui. Nel ’77, e mentre infuriano gli Anni di Piombo e le Brigate Rosse gambizzano e uccidono, viene nominato da Giorgio Almirante segretario nazionale del Fronte. Nell’83 e nell’87 viene eletto deputato dell’Msi, e nel settembre dello stesso anno viene nominato da Almirante suo successore. E lo scelse perché voleva affidare il partito a “un giovane non fascista, non nostalgico, e che creda ai valori della nuova Costituzione repubblicana”. E, il vecchio missino, ci vide giusto. Fini smantellò tutto il fascismo che stava ancora aggrappato alla Fiamma. Accantonò l’Msi e fondò Alleanza Nazionale, per dargli un’aria democratica e costituzionale. E, nel ’94, vide un oasi nel deserto in cui il vecchio partito era abituato a bazzicare. B entrò in politica e gli offrì una candidatura comune. Fini accettò. Portando per la prima volta la Destra italiana al governo. Ma quella era una Destra strana. Che un Fini “non fascista e non nostalgico” ci ha messo sedici anni a ripudiare e a non riconoscerla propria. Ma, un po’ di lungimiranza bisogna pur riconoscerla: l’ha fatto appena ha sentito il primo scricchiolio provenire dai tacchi di B. E la sua inevitabile caduta. Casini: anche lui bolognese, tra due settimane compirà cinquantacinque anni. Passato da democristiano e attività politica che iniziò nell’80, un altro politico con poche ideologie, dato che in questi trent’anni è stato affiancato in sequenza a: Martinazzoli, Mastella, Bossi, Fini, B, Occhetto, Buttiglione, di nuovo B, e ora nuovamente con Fini e la new entry Rutelli. Una sicurezza. Tanto che ha evocato, in quel di Roma dopo la conferenza del Terzo Polo, “la crisi etica gravissima della politica”, c’è bisogno d’una svolta morale e “la necessità di un patto per la Nazione e di una fase nuova”. Avrebbe potuto aggiungere “largo ai giovani”. Francesco Rutelli invece, romano classe ’54 (un altro giovanotto), più che per la politica è conosciuto dal grande pubblico per le vignette che settimanalmente Vauro gli dedica ad Annozero. E, mentre si prospetta il cambiamento politico con questi volti nuovi che la faranno da protagonisti (vedrete che cambiamenti), a qualcuno che al governo ci sia B, Bersani, Fini o Topo Gigio, importa poco. Si chiama Rosario Migliore, siciliano di trentacinque anni, padre di quattro figli e disoccupato. Dato che non ha più i soldi per dar da mangiare ai figli, dopo aver tentato per quattro volte il suicidio, ha tempestato piazza Umberto di Gela con dei manifestini che riportavano questa frase: “Vuoi aiutare una persona che ha bisogno di organi? Chiama adesso! Uomo di 35 anni vende organi vitali. Mette a disposizione il corpo: cuore, reni, ecc. Ottima salute”. E il nostro ex inviato nel ridente Paese del Berluskonistan ci dice che la sua situazione non cambierà nemmeno dopo la caduta dell’Impero ronano d’Occidente. E lui che ci ha vissuto per sedici anni dovrebbe conoscerlo quel Paese. Ci fidiamo.

 

Stefano Poma


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Tagliategli i fondi (di Giuseppe Pipitone)
11 novembre 2010
“Lunedì ha superato un altro dei suoi record: guadagnare soldi grazie ai nemici più insidiosi. Sì, perché l’altra sera lo show di Saviano-Benigni-Fazio in gran parte imbastito contro di lui, alla fine dei conti gli ha riempito le casse già ben piene. Nel culmine dei paradossi italiani, infatti, Berlusconi è il «produttore finale» del programma Vieni via con me.” E ancora  “lunedì sera in un sol colpo il premier-produttore ha messo insieme il 45 per cento di share. Si perché le aziende Mediaset (della famiglia Berlusconi) detengono il 33 per cento della Endemol international, la cui filiale italiana è la casa produttrice sia di Vieni via con me (e di tutti i programmi di Fabio Fazio) sia del Grande Fratello. con me che, nel gioco degli elenchi, ha ironizzato proprio sulle sue vaste proprietà.” Autore di questo spietato attacco a B. ed al suo mostruoso conflitto d’interessi non è Il Fatto Quotidiano. Non è nemmeno Santoro. Di Pietro? Assolutamente no. Grammatica troppo corretta. Queste spietate righe, che la dicono lunga sull’incredibile situazione italiana, sono invece di B. medesimo, ovvero del Giornale di famiglia (intesa come nucleo familiare e non in termini da Piovra). Vittorio “Mitraglia” Feltri e Alessandro “Paura” Sallusti non si sono accorti che sguinzagliando la puntigliosa Laura Rio (chi?), tutti presi nello screditare ad ogni costo Saviano e Fazio, hanno avuto l’effetto contrario: ovvero sottolineare per l’ennesima volta quanto B. sia inadatto al ruolo di premier (ma a anche a quello di politico e d’imprenditore). Mentre tutta l’Italia anti – B. (Viola, Vaffa Day, amici di Travaglio eccetera) era impegnatissima a tessere le lodi di Saviano e Benigni, e tutta l’Italia pro B. si recava in Veneto per avere del fango fresco da gettare addosso all’autore di Gomorra, gli scribi del padrone hanno involontariamente spostato l’attenzione su un argomento cruciale. Quel conflitto d’interessi di cui si parlava già ne 1994, poi dimenticato dalla sinistra e riscoperto ultimamente con stupore da Fini, è il motivo principale per cui B. vuole il potere. Badate bene, la salvezza dai processi è un argomento importante. Ma il contante lo è forse ancor di più. Del resto il “mafioso di Arcore” (definizione di Umberto Bossi) è entrato in politica senza alcun processo pendente e con circa 5 mila miliardi di debiti. Ora, a 16 anni dalla discesa in campo, si ritrova con una serie di fascicoli aperti, chiusi, prescritti e depenalizzati. Ma d’altra parte come Il Giornale (e Benigni) ricordano i debiti della famiglia Caimana ormai non esistono più. Esistono semmai gli utili, giganteschi, che Saviano ed alcuni tra i più aspri critici del premier, contribuiscono ad incrementare. Chi scrive è anche, a suo critico modo, un estimatore profondo di Saviano. Del Saviano scrittore, del Saviano giornalista, non si può che dire tutto il bene del mondo. Non del Saviano eroe, creato ad hoc dai mass media, che serve solo a dispensarci dalle nostre angosce e dai nostri doveri, come a dire che “tanto l’antimafia la fa lui, noi possiamo restare davanti la tv”. Quest’estate il professor Vito Mancuso, un teologo che sotto l’ispirazione del Cardinal Martini sembra davvero credere in Dio, aveva sollevato una questione che suonava più o meno così: “è giusto, per noi intellettuali che sappiamo quanto sia dannoso Berlusconi, continuare a pubblicare i nostri libri con la sua casa editrice, scippata con la corruzione ai concorrenti, e salvata da una legge ad aziendam dalla multa salatassima comminatagli?” Apriti cielo. Un coro univoco di voci radical chic (erre moscia e pipe accese) che gridava quanto fossero bravi e professionali quelli di Mondadori e di Einaudi. Capitolo chiuso. Eppure, nonostante la mancanza di fermezza del teologo che è tornato a scrivere di Santi per Mondadori, la questione era fondamentale. Davvero non ci si rende conto che l’arma più micidiale del Berlusconismo è il denaro, frutto di una commistione d’interessi immonda? Alcune indagini, poi disperse  depistate chissà dove, cercarono di dimostrare che la nuova alleanza con Bossi nel 1999, durata fino ad ora, è da attribuire ad un generosissimo regalo di B. al Leghisti in rosso. Ma per Bersani il problema è battere B. politicamente. Di tagliargli i quattrini a sinistra non hanno mai voluto sentir parlare. E infatti a parlarne è Il Giornale, che appartiene al Berlusconi minore (ovvero quello che va in galera) e non dovrebbe in nessun modo poter essere collegato al Berlusconi maggiore (ovvero quello che non ci va), nonostante quando c’è da parlare con Feltri ci si rivolge inspiegabilmente a Confalonieri. E nel frattempo Il Nano di Arcore continua ad ingrassare, ed ogni battuta di Saviano o Scalfari (che scrive per Einaudi) lo arricchisce sempre di più.

 

Giuseppe Pipitone

Il crollo del Belpaese (di Andrea Demontis)
10 novembre 2010
Siccome non bastava la nostra impresentabile classe politica, tra bunga bunga vari e altre nefandezze, a farci apparire ridicoli agli occhi del mondo intero, anche la natura si è decisa a dare il suo contributo all'inarrestabile declino del nostro Paese.

Il crollo della Domus gladiatorum di Pompei, immune alle eruzioni del Vesuvio e ai terremoti, dopo 2000 anni di storia, non ha resistito all'impatto devastante dell'incompetenza del ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. Metafora di una nazione che precipita nel baratro, la casa dei gladiatori, patrimonio dell'umanità, è finita in macerie il 6 novembre, un abominio che solo il governo del non fare ha potuto permettere.

Sarebbe bastato poco per evitare il disastro. Nove mesi fa, infatti, a cento metri di distanza, era crollato il muro della casa dei “casti amanti”. Qualunque persona normalmente ragionevole, non avrebbe esitato un solo attimo a mettere in sicurezza e a monitorare costantemente gli edifici circostanti, il nostro ministro dei Mali Culturali no, ha lasciato che la Domus dei gladiatori testimoniasse il progressivo disfacimento morale, culturale ed etico del nostro Paese.

Madre Natura, però, non si ferma, e abbatte la sua scure sul Veneto, una regione letteralmente sott'acqua, a causa dell'alluvione che l'ha distrutta. Le responsabilità? Chiedete anche all'ex Governatore Giancarlo Galan, massimo responsabile della esponenziale crescita del 324% della superficie urbanizzata, una colata di cemento a gettito continuo che non ha di certo favorito il drenaggio e il normale smaltimento delle precipitazioni che hanno messo in ginocchio l'intera regione. I numeri fanno paura, si parla di circa 300mila capi di bestiame andati perduti per gli agricoltori, e di danni generali per centinaia di milioni di euro.

Una vignetta di qualche mese fa, firmata Stefano Disegni, ritraeva Bondi e Berlusconi che indietreggiavano di fronte all'espandersi di un mare di letame che li stava per sommergere. Mai previsione fu più azzeccata. Nel giro di poco tempo, il fango, sia materiale che simbolico, sta travolgendo lo spompato regime arcoriano.

In serata, poi, il Governo è andato sotto per tre volte in Parlamento, con Fli che ha votato assieme all'opposizione gli emendamenti sui respingimenti degli immigrati. Tre votazioni, e tre sgambetti dei finiani. Gli emendamenti sulla revisione dei rapporti Italia-Libia hanno certificato l'esistenza di una crisi ormai insormontabile e irreparabile, una situazione di instabilità alla quale, però, non fa da contrappeso un'opposizione degna di questo nome.

Se ad Hardcore e nel Paese in generale, l'incertezza regna sovrana, a sinistra non possono di certo vantarsi per stabilità e organizzazione. Nell'ipotesi, ormai non più remota, di elezioni anticipate, in che stato si presenterà all'appuntamento il Pd? Chi guiderà l'armata avversa all'allupato 74enne che, potete scommetterci, si ricandiderà perchè per lui, la scelta è ormai tra Palazzo Chigi e San Vittore? In che modo verrà scelto il candidato premier per il centro-sinistra? Si faranno le primarie, o non si faranno? Vendola, nel caso in cui dovesse guidare la coalizione, sarà veramente la kryptonite berlusconiana, o non riuscirà a raccogliere il consenso dell'elettorato cattolico del Pd, situazione che lo condannerebbe inevitabilmente alla sconfitta? Chi vincerà tra il “reparto geriatria” e i cosiddetti “rottamatori” guidati dallo spregiudicato sindaco di Firenze, Matteo Renzi? Da quali partiti (snodo fondamentale) sarà composta la coalizione del centro-sinistra?

Tutte domande per le quali, oggi come oggi, una risposta non solo non c'è, ma si stenta addirittura ad ipotizzarla.

L'impulso, allora, è quello di andare via con loro, con quelli di “Vieni via con me”. Via da un Paese nel quale oltre il 60% dei cittadini (quelli che non votano né Pdl, né Lega) è da tempo in guerra contro un progressivo smarrimento dei valori costituzionalmente garantiti: libertà d'espressione, pluralismo, legalità, immigrazione, integrazione, istruzione, cultura, lavoro, sono solo alcuni dei principi che gli italiani stanno vedendo sparire sempre di più dal loro quotidiano. Queste persone si aggrappano allora a chi dà ancora loro una speranza, alle figure che vedono un Paese diverso, un'Italia migliore. Una di queste è Roberto Saviano, che nei suoi due monologhi di lunedì sera, ha dato dimostrazione di come in poche ore, si possa dire di più di quanto la politica abbia detto da vent'anni a questa parte.

Ci son momenti nella storia di un paese, dov'è necessario che qualcuno spazzi via ciò di cui quello stesso paese è pervaso, saturo. Roberto Saviano non è un politico, è uno scrittore, ma per ciò che rappresenta, potrebbe essere il reale cambiamento di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno.

 

Andrea Demontis

La caduta dell’Impero ronano d’Occidente (di Stefano Poma)
7 novembre 2010

Ci telefona compiutamente spaventato e tremolante il nostro inviato nel ridente Paese del Berluskonistan che, chiuso e protetto all’interno d’una cabina telefonica, ci racconta sbigottito e inorridito (mentre suda freddo) l’atmosfera che in queste ore si respira nel ridente Paese. Sembra la scena del film “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock, dove Tippi Hendren, chiusa appunto dentro la cabina, telefona terrorizzata mentre i volatili svolazzano nei dintorni facendo vittime tra gli abitanti. Ma, anziché gli uccelli, si vedono camion pieni di giovanotti che sguainano manganelli e bastoni, gente che brucia la bandiera di Forza Italia e, per rimediare a sedici anni d’obnubilamento senile, al posto dei poster col faccione di B mettono quello di Fini. Atmosfera da 25 luglio, o da 25 aprile. Il regime di B è, difatti, finito. O lo sarà nelle prossime ore. Gianfranco Fini, ne ha scritto l’epitaffio: “B apra la crisi o i nostri ministri lasceranno subito il governo. Siamo disposti a dialogare per un nuovo patto di legislatura – prosegue l’ex leader di An – ma a condizione che prima B si presenti al Colle (cioè davanti a Napolitano) e rassegni le dimissioni”. Quindi, o B si dimette, o ci saranno elezioni anticipate. Ma, una cosa è certa: in entrambi i casi, qualsiasi cosa accada, tra qualche giorno B non sarà più Presidente del Consiglio. E, per uno che è entrato in politica per salvarsi dai processi, non è di certo una buona notizia. Difatti senza lodo Al Nano, senza processo breve e processo lungo, sono quattro le vicende giudiziarie che tolgono il sonno a B più di quanto lo faccia una escort minorenne. La prima: tangenti a David Mills e corruzione giudiziaria, dove B è già virtualmente colpevole perché l’avvocato inglese è già stato condannato per aver detto il falso davanti al giudice per favorire B e insabbiare le sue sessantaquattro società off shore. Quindi, se Mills è accertato che è stato corrotto da B, vuol dire che B è stato il corruttore. Sarebbe come dire “Luca ha fatto l’amore con Maria, quindi Maria ha fatto l’amore con Luca”. Vedete che sembrano cose complicate ma alla fine è semplice semplice. E, in questo processo, B rischia la galera da tre a otto anni. Seconda vicenda: diritti tv. B è imputato di frode fiscale per aver creato fondi neri gestendo i diritti tv Mediaset (o Merdaset che più gli si addice). E qui la pena va da un anno e sei mesi a un massimo di sei anni. Terza vicenda: Mediatrade. Questa inchiesta parte in sella alla precedente, dove B è accusato in concorso all’egiziano Frank Agrama di essersi appropriato di fondi della società. Illegalmente. È quindi indagato per frode fiscale e appropriazione indebita. E rischia rispettivamente tre e sei anni di reclusione. Quarta vicenda giudiziaria: compravendita di senatori. Il 18 agosto scorso, uno degli arrestati dell’inchiesta sulla P3, tale Arcangelo Martino, con l’aureola, ha accusato B d’aver comprato dei senatori del centrosinistra per far cadere il governo Prodi. Il reato contestato è di istigazione alla corruzione ed è punito con la reclusione da due a cinque anni. E, così come il nostro inviato prepara le valigie per lasciare il Berluskonistan, pare che anche B le stia preparando per lasciare il suo ridente Paese. Sembra una scena già vista. Volo diretto Milano - Hammamet. E, l‘Impero ronano d’Occidente, cade. E non per un’influenza straniera come quella del 476 d.C. per mano dei barbari. Ma per disgregazione interna, per un implosione del sistema in se stesso. Per gli errori del capo, il quale ha rotto il giocattolo che, da sedici anni che è in politica, e da quasi cinquanta alla testa delle sue aziende, gli ha sempre garantito la massima collaborazione di chi gli stava intorno. Un “do ut des”. E, il suo fascismo catodico come lo definiva Montanelli, è crollato sotto le cannonate che la sua vita privata ha apportato alla sua figura cristiana che incarnava l’immagine del baciamano al Papa. B non è caduto e non cadrà a causa d’una insurrezione popolare che gli contesta i suoi rapporti con la mafia, i suoi conflitti d’interessi o sedici anni di leggi ad personam. Uscirà di scena perché la sua immagine di padre di famiglia, premuroso e amante dei valori cristiani è stata sostituita da un B in perizoma coi tacchi a spillo mentre balla con le minorenni. Ma, del resto, anche Al Capone era stato arrestato per delle tasse non pagate. A ciascuno il suo.

Stefano Poma


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Ecco di chi ho paura (di Stefano Poma)
6 novembre 2010

 

Io di B non ho paura. Ho paura di quelli che gli credono. Ho paura dei dormienti. Ho paura di quelli che non hanno opinioni proprie, e che devono, per forza di cose, prenderle in prestito da altri. E questi altri sono i potenti. Sono quelli che, anziché lavori nobili, tipo artigianato o mestieri di cultura, fanno il più semplice e il più antico del mondo. Perché, tra la politica attuale e la prostituzione, la linea di demarcazione tra i due termini si va sempre più assottigliando.  Il politico attuale deve parlare di lavoro con gli operai e di assistenza alle aziende con gl’imprenditori. Si traveste, cambia, volta faccia, a seconda del conto in banca dell’interlocutore. E io non ho paura dei voltagabbana. Ho paura di quelli che gli credono. Ho paura di quelli che vanno nelle Chiese o nei Templi a pregare. E solo perché “s’è sempre fatto così e io continuo a fare così”. Ho paura di quelli che non crescono, che rimangono ancorati ad una vecchia e primitiva concezione dell’uomo, della società e delle gerarchie, sia ecclesiastiche che politiche. Ho paura di quelli che hanno paura dell’inferno, perché il prete gli ha detto che dopo la vita terrena c’è quella celeste. Ho paura di quelli che, avendo compiuto quarant’anni ma non avendo mai aperto un libro o sforzatosi di concepire una verità diversa da quella che gli tramandano i propri confini personali, si crede più colto, saggio e maturo, di un ragazzo di vent’anni che, facendosi tante domande, cerca delle risposte. Ho paura di quelli che hanno osannato l’Italia unita per poi maledirla. Ho paura di quelli che hanno voluto la democrazia notarile per poi seppellirla e appoggiare i partiti politici per mettere le mani su qualche gruzzoletto di denaro gentilmente offerto dal clientelarismo e dai giochi di potere parlamentari. Ho paura di quelli che son partiti pieni d’entusiasmo al fronte il 24 maggio del ’15 e che dopo il 4 novembre del ‘18 son tornati orfani di parenti e orfani d’arti. Mutilati. Ho paura di quelli che per vent’anni hanno acclamato Mussolini da sotto il balcone di Piazza Venezia, per poi sporcarne il cadavere con urina e sputi a Piazzale Loreto. Ho paura dei democratici che usano la democrazia come anestetico per il popolo. E ho più paura del popolo che non se ne accorge. Mi fanno paura sia la destra che la sinistra. Anche se il centro è quello che incute più timore. Da quando è stata aggiunta questa parola, centro, i politici hanno avuto il via libera per delinquere. Per far parte d’una associazione a delinquere, finalizzata alla truffa. Un elettore di destra sa quel che vuole dai propri rappresentanti, uno di sinistra lo stesso. Uno di centro no. Quindi, senza elettorato, si è autorizzati a governare senza programma. Tanto non bisognerà rispondere a nessuno delle proprie azioni. Ecco perché gli attuali “cartel party” non si rivolgono agli elettori e non vogliono tesserati. Quando nel ’94 Forza Italia era pronta al varo, non aveva tesserati. E questo non perché fosse un partito neonato, ma perché non aveva militanza sul territorio. I suoi esponenti non erano dei politici, ma degli uomini d’azienda. Che, anziché parlare agli elettori attraverso i propri esponenti dei vari circoli e delle varie sedi, ne scelse un altro più efficace. La televisione. Che, onde evitare una retata di alcuni uomini vestiti di bianco muniti di camicia di forza, nega al cittadino il dialogo con gli esponenti politici. Ecco perché (come dice Grillo) hanno inventato la piazza chiusa questi leader politici. Perché, quando si apre, accadono incidenti. Tipo quelli alle feste del Pd. E, non sbagliarono mica quelli che andarono a contestare Fassino mentre reggeva il microfono a Schifani e gli faceva anche un bel massaggio ai piedi. Sbagliano quelli che ancora aspettano l’illuminazione di questa classe politica. Uno dei problemi più grossi che l’umanità ha sempre avuto, è che ogni generazione si sente d’appartenere all’apogeo culturale. Ma, la storia insegna, le conquiste e le scoperte porteranno sempre ogni società ad essere obsoleta se confrontata con quella prossima. Lo diceva già Marinetti: “non è più grande quel popolo più pieno di passato, ma lo è quello più gravido di futuro”. E, forse, è meglio che mi fermi qua. Con questo che, come avrete capito, non è il solito articolo che nasce dalla mia penna. È più uno scritto di sfogo. Perché m’interessava far notare che, sì certo la caduta di B che arriverà a momenti è una cosa bellissima, ma occhio a non cascare nell’errore dei nostri avi. Perché potrebbe sempre esserci di peggio. E, non avrò paura di quelli che gioiranno alla sua caduta. Ma di quelli che continueranno a gioire per la prossima classe dirigente. Ad occhi chiusi.
Stefano Poma

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permalink | inviato da ilControcorrente il 6/11/2010 alle 18:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Il Fantasma di Arcorville (di Stefano Poma)
3 novembre 2010

 

Nessuna buona nuova dal nostro inviato nel ridente del Berluskonistan. Anzi, una buona notizia c’è. Il virus comunista che ha ormai contaminato tutti (ai voglia in sedici anni a far danni) s’è trovato uno sbarramento di reticolati e trincee in assetto da guerra piazzate sulla Piazza Sant’Anastasia, a Roma. Che, guarda caso, è anche la sede nazionale del Pd. L’abbiamo scampata bella. Difatti ecco subito il primo commento di Bersani, intonso dal virus e lucidissimo come al solito, dopo che ha sentito in tv le ultime malefatte di B, sia riguardo le minorenni che ha frequentato, frequenta, e frequenterà, e le battute sui gay: “con un presidente del Consiglio del genere siamo lo zimbello del mondo”. Parole forti. Ma, qualche infettato nel peggior stadio della malattia gli ha ribattuto che “sei tu lo zimbello del mondo, caro similB, che con una destra del genere fondata sulla leadership di questo leader carisnanico non riesci a fare opposizione”. Ma, il nostro inviato dal ridente Paese, ci fa notare com’anche i più stretti collaboratori di B, coloro che l’hanno pettinato e massaggiato in questi sedici anni, nonché tagliato le unghie, abbiano avuto un sobbalzo sulle ultime notizie. “Stupidità sconcertante”, “abuso di potere”, “casini auto procurati e non complotti”, “il cavaliere si dia una calmata”. Firmato Belpietro, Veneziani, Facci, Feltri. All’improvviso. Sarà che avranno un metabolismo lento. Molto lento. O forse, in questi giorni, anche loro sono stati raggiunti dalle menzogne che, noti terroristi rossi, vanno dicendo in giro. Da troppo tempo. Ecco come infangare il buon nome di un uomo intonso e oculato come B: questi comunisti asseriscono che i primi soldi con cui B fondò la sua prima società, l’Edilnord Sas, li prese dalla Banca Rasini, l’istituto di credito che successivamente Paolo Borsellino definì come “il deposito dei capitali della mafia al nord”. Erano correntisti della banca (che aveva come direttore il padre di B, Luigi) Pippo Calò, Bernardo Provenzano e Totò Riina. E B da quella banca prese i primi soldi. Quando aveva ventisette anni. E ancora i capelli. Ma, proseguono le dicerie dei comunisti: nel ’73 B ha comprato ad un prezzo di favore da Annamaria Casati Stampa la villa di Arcore. La Arcorville. Asseriscono che, il costo reale della villa, fosse di una ventina di volte superiore a quello pagato da B. E che questo è stato possibile perché la vendita la fece il protutore della ragazzina, un certo Previti. Ma basta guardarlo in faccia per capire che è innocente, questo Previti. Poi, in questa villa, avrebbe portato un mafioso, tale Vittorio Mangano, che travestito da stalliere sarà per due anni “la testa di ponte della mafia al nord”, come diranno Falcone e Borsellino al maxi processo dove verrà condannato. Ma naturalmente B è un bravo ragazzo, questa è solo propaganda comunista. E, secondo loro, è stato pure iscritto alla loggia massonica P2, col grado di apprendista muratore e la tessera numero 1816. Tutta fantasia. L’accusano financo d’aver corrotto la Guardia di Finanza nel ’79, d’aver finanziato del traffico di droga nel ’83 a seguito d’una sua intercettazione fatta sempre dalle fiamme gialle, e di aver pagato tangenti a Craxi nel ’84 affinchè gli facesse delle leggi per le sue televisioni. Ma noi sappiamo che non è vero. Come lo sanno Belpietro, Feltri, Veneziani e Facci. L’accusano d’evadere le tasse con le sue 64 società off-shore, di falsificare i bilanci tanto che ne ha depenalizzato il reato, e di avere un monopolio sia giornalistico che mediatico grazie alle tangenti che ha versato al giudice Metta per prendere la Mondadori, e quelle che paga ai parlamentari per non fare una legge sul conflitto d’interessi. Da sedici anni mai fatta una legge pro-elettori, ma sempre pro-eletti. E, evitando d’aggiungere altro a queste maldicenze comuniste, veniamo alla parte più tragica del rapporto che il nostro inviato ci ha dettato per telefono. Singhiozzando. Nel 1887, il noto comunista Oscar Wilde, scrisse la fine tragica di B, in un romanzo. Il Fantasma di Arcorville. Racconta di come il fantasma si aggiri all’interno di una villa (quella di Arcorville) spaventando tutti, agitando catene, facendo scherzi, raccontando barzellette. E, tutti intimoriti, scappavano. E lui se la rideva sotto i baffi (trapiantati). Finchè un bel giorno arrivò la famiglia Otis, la quale agli sforzi del fantasma di spaventarli, rispondevano ironicamente al fantasma, burlandosi di lui. E, i bimbi più piccoli della famiglia, gemelli, approfittarono della situazione facendo a loro volta degli scherzi al fantasma che, stanco e sconsolato, si depresse per non riuscire più a spaventare nessuno. E, mentre un giorno piangeva in un angolo tetro e buio della villa, la loro sorella Virginia lo sentì. S’avvicinò e vide un essere distrutto, uno che per tutta la vita s’è burlato degl’altri, e che ora si ritrova a subire quelle burle. Lui le chiese d’aiutarlo, e lei acconsentì. In questo modo:  Virginia avrebbe dovuto pregare Dio, affinchè perdonasse le colpe del fantasma. E, dopo averlo perdonato, gli avrebbe dovuto concedere una morte veloce e indolore. Virginia pregò e il fantasma morì. Solo, senza nessuno accanto, a parte Virginia. Che l’aiutò solo per pietà.
Stefano Poma
 
Il crollo del Caimano. Oltre al rubygate c'è anche la droga (di Andrea Demontis)
2 novembre 2010
Suona ripetitivo dirlo, ma in molti altri paesi, tra abusi di potere e sconcertanti dichiarazioni rilasciate alla stampa, le dimissioni sarebbero fioccate come escort a Palazzo Grazioli. Da noi, invece, nel Berluskonistan, c'è chi è “orgoglioso del suo stile di vita” e tira dritto per la sua strada. Alla luce delle consuete menzogne che Silvio Berlusconi ha rifilato agli italiani (il verbale della questura sul caso Ruby lo sbugiarda), solo un passo indietro sarebbe condivisibile. Invece niente.

Come se non bastasse l'aver fregato i vertici della questura di Milano, spacciando una minorenne marocchina per la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak, pressione che ha portato al rilascio della ragazza in questione, in violazione di tutte le norme concernenti all'affidamento di minori, un altro scheletro esce allo scoperto dall'armadio dell'utilizzatore finale. Ne ha talmente tanti il Nano, di scheletri, da fare invidia al celebre film di Phillip Noyce, “Il collezionista di ossa”.

L'ultimo a far capolino si chiama Perla Genovesi, ex assistente parlamentare arrestata per droga (Parlamento e sostanze stupefacenti vanno a braccetto oramai), ed esperta di narcotraffico tanto da aver stretto rapporti con diversi politici proprio a causa del suo particolare secondo lavoro. Le dichiarazioni della Genovesi ai pm, sono bombe nucleari che esplodono dentro il Pdl. L'ex assistente del deputato Enrico Pianetta, racconta, infatti, dei segreti che una cubista ed escort brasiliana le avrebbe confidato in tempi recenti. Quest'amica della Genovesi, avrebbe raccontato di feste a base di sesso e stupefacenti a Milano e a Villa Certosa, alla quale avrebbe partecipato anche Silvio Berlusconi. Si parla, poi, di favori che la escort brasiliana avrebbe ricevuto dal ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, presentatogli sempre dalla Genovesi, allora nella fila del Pdl.

I diretti interessati si giustificano, come sempre, a loro modo. Brunetta dice di aver solo “aiutato una madre cui stavano portando via il piccolo figlio”. Berlusconi, invece, addirittura rilancia con tutta la sua sfrontatezza. Prima sfida Fini, dicendogli di “far cadere il governo lui, se ha il coraggio”, poi, proprio stamattina, dal salone del ciclo e motociclo alla Fiera di Milano afferma: “Quello che ho fatto è stato per bontà, poi se a volte mi capita di guardare in faccia una bella ragazza, meglio essere appassionato di belle ragazze che essere gay”. Tiè, visto che ci siamo, non perdiamo l'occasione di umiliare gli omosessuali.

Anche a casa sua, però, lo mollano tutti. Perfino i suoi giornali non ne possono più. Filippo Facci, su Libero, lo massacra: “Non si può campare pensando sempre che gli altri sono peggio, che i giudici sono comunisti e che Fini è un traditore, anche se ci fosse del vero in tutto quanto. Non si può passare la vita a difendere il privato di Berlusconi se poi Berlusconi non fa niente per difendere dal suo privato noi”. L'opinionista mechato continua: “Se di notte il premier non telefona a Obama ma a Nicole Minetti, e se la liberazione di una cubista marocchina è divenuta la missione più rilevante della nostra politica estera, la colpa non è mia”.

Non meno duri con il presidente del Consiglio sono Maurizio Belpietro e Marcello Veneziani. Con un editoriale in prima pagina sul Giornale, Veneziani si scaglia contro la condotta morale del premier: “E’ brutto che un presidente del Consiglio frequenti una ragazza di 17 anni e che la frequenti magari negli stessi luoghi in cui incontra leader politici e uomini di Stato. Avremmo voluto un profilo più rigoroso, uno stile di vita più sobrio ed un senso dello Stato, della Nazione e una sensibilità storica e culturale che non vediamo”.

Belpietro, forse, è ancora più duro: “La stupidità sconcertante con cui, la sera del 27 maggio, il presidente del Consiglio si è infilato nel pasticcio di Ruby, è una questione che peserà sulla sua immagine e sul suo consenso. Per come la vediamo noi, a differenza delle volte scorse, il Cavaliere è messo male e rischia davvero di lasciarci le penne”.

Mario Sechi, invece, direttore del Tempo, scalpita: “Ordinate i popcorn e state incollati alla poltrona, nel Palazzo sta per saltare tutto”.

"Un uomo malato senza più autocontrollo", l'ha definito Famiglia Cristiana. E' un uomo che sicuramente non ha più difese. Il Re è nudo dicono all'estero, e quando mai non lo è stato potremo aggiungere noi. La certezza, confortante per il Paese, è che le cartucce di “Sperminator” si stanno inesorabilmente esaurendo.

 

Andrea Demontis

Micciché, a volte ritornano (di Stefano Poma)
30 ottobre 2010

 

Si teneva, all’inizio della legislatura, un Consiglio dei ministri a Palazzo Grazioli, dove si trovavano opposti leghisti e sudisti, sul da farsi. Risorse economiche che, Bossi volle portare al nord, e Micciché al sud. E B, diede ragione al primo. Al che si giustificò col secondo: “Gianfranco, loro sono un partito, e tu no”. Il palermitano fece tesoro, ed eccolo oggi annunciare la nascita del suo nuovo partito. Forza Sud. “Berlusconi ci metta in condizioni di stare con lui, altrimenti saremo contro di lui”, ha dichiarato il De Gasperi sudista dopo aver presentato la linea politica del neo nato partito: “credo che i terroni siano meglio dei polentoni. Noi abbiamo dietro la Magna Grecia, loro gli Unni. Loro hanno le paludi nebbiose, noi il sole e i colori”. Roba seria. Poi si è soffermato sulla questione Ruby, e sul tormentone Bunga Bunga che, in realtà (come ci dicono i nostri esperti) è una sodomizzazione anale di gruppo: “voglio stare con Berlusconi, ma lui deve cambiare, con tutte le ragioni che ha. Potrebbe cambiare lo stile di vita che a lui piace, ma che a noi fa star male”. Ha dichiarato col cuore in mano lacerato dal dolore. E, il giornalista, naturalmente si è dimenticato di chiedergli qualcosa sul suo passato, da dove spunta fuori questo Micciché che quasi nessuno conosce. E freme dalla voglia di conoscerlo: palermitano (come già detto), si avvicina alla politica negli anni settanta, sostenendo il movimento di estrema sinistra Lotta Continua. Ma, grazie all’amicizia con Marcello Dell’Utri, negli anni ottanta diventa dirigente di Publitalia 80, dove rimarrà fino alla discesa in campo di B, che gli affiderà il difficile ruolo di coordinatore regionale per il suo partito. Forza Italia. E sono anche gli anni in cui ci sono dei rapporti diretti, tra i massimi dirigenti Fininvest, e i vertici di Cosa Nostra. Come uno su tutti, Totò Riina. Scriverà il 23 giugno la Corte d’Assise di Palermo, dopo aver condannato 36 boss mafiosi per la strage di Capaci dove persero la vita Falcone, la moglie e la sua scorta: “i contatti tra Salvatore Riina e gli on. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi avevano un rapporto fruttuoso quanto meno sul profilo economico”. E poi: “il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell’economia. Indurre nella trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato". E, il nostro Micciché, dei rapporti con la Sicilia, in quel momento, era il coordinatore. Anzi, era talmente adirato con Falcone per essersi fatto ammazzare dai boss mafiosi poi condannati che, nell’ottobre del 2007, affermò che l’intitolazione dell’aeroporto di Palermo- Punta Raisi a Falcone e Borsellino, dava un’immagine negativa dell’isola. Forse avrebbe voluto dedicarlo a Brusca, a Riina o a Provenzano. Per dare una migliore immagine della Sicilia. Ma, non solo per questi bei rapporti e queste belle dichiarazioni è conosciuto il nostro neo leader di Forza Sud. Mentre il referente della mafia al nord, tale Vittorio Mangano, era ormai andato in pensione grazie alle inchieste di Falcone e Borsellino, nel’88 e cioè quando Micchiché era stato trasferito a Brescia (lavorando sempre per Publitalia), venne sospettato dalla procura di Palermo di essere uno spacciatore di droga. Ma lui fermo e deciso: “non sono uno spacciatore di droga, ma solo un assuntore di cocaina”. I carabinieri allora gli chiesero scusa e, indietreggiando tipo Homer Simpson quando non sa che dire, accesero le loro volanti e tornarono sui loro passi. Partendo sgommando. Ma, essendo un tipo tenace, sul nostro Micciché venne diramata un’informativa, sempre dei Carabinieri, nel 2002, perché accusato di “farsi recapitare periodicamente della cocaina presso gli uffici del ministero delle Finanze”. Dicastero di cui allora era viceministro, sempre nel governo B. Secondo i Carabinieri, e secondo le loro foto, le loro intercettazioni ambientali, e i loro video, un ragazzo palermitano, Alessandro Martello, era il suo pusher di fiducia. Come la sera del 10 aprile 2002, quando fu accusato d’essersi introdotto nel palazzo con 20 grammi di cocaina. Ma il ragazzo ha sempre negato: “non so cosa dice di me Gianfranco Miccichè posso dire che sono stato un suo estimatore e un sostenitore di Forza Italia”. E, sui rapporti che aveva con Micchiché e il partito “coordinavo la distribuzione dei cartelloni pubblicitari e dei volantini, girando tutta la Sicilia occidentale. È stata una bella esperienza". Tanto bella che, molti siciliani amici di Micciché, vorranno ripetere. Con Forza Sud.
Stefano Poma
 
Un orgasmo lo seppellirà (di Andrea Demontis)
29 ottobre 2010
Vista la difficoltà nel vederlo soccombere sotto le inchieste per i reati che lo accompagnano da ormai un ventennio, dalla frode fiscale alla corruzione di giudici e testimoni, passando per le tangenti alla Guardia di Finanza e qualche decina di falsi in bilancio qua e là, bisognerà battere il rovente ferro degli scandali sessuali per liberarci una volta per tutte di quello “Sperminator” che ci governa e ci rappresenta indegnamente in tutto il mondo.

L'utilizzatore finale, ne ha utilizzato un'altra. Questa volta, però, si tratta di una minorenne di origini marocchine, scappata di casa in cerca di fortuna nella Milano da bere e subito arruolata nel clan di Lele Mora, a causa della sua prorompente avvenenza. Ruby (questo il suo pseudonimo) non è ovviamente sfuggita alla corte del mitragliatore un po' spompato di Arcore, che l'ha prontamente accolta nel suo harem.

La 17enne racconta le sue visite a villa San Martino: la prima il 14 febbraio 2010, in compagnia di una ventina di ragazze e alla presenza di due soli uomini, Emilio Fede e Silvio Berlusconi. Dopo la cena, Ruby torna a casa, ma farà nuovamente capolino ad Arcore il 2 marzo, e questa volta si tratterrà per la notte nella residenza del premier, non prima di aver partecipato al misterioso rito sessuale del “bunga bunga”, una pratica erotica su cui gli inquirenti rivelano solo lo stretto necessario, e sulla quale attendiamo di fare piena luce.

Berlusconi minimizza: “Il bunga bunga era una barzelletta su Bondi e Cicchitto. Sono un uomo di buon cuore. Ho solo aiutato una persona in difficoltà”. E in effetti, di “aiuti” Ruby Hayek, o Karima, nome con cui viene chiamata in famiglia, ne ha ricevuti parecchi. Si parla di buste contenenti somme di denaro, 30mila, 50mila, 150mila euro le elargizioni ricevute dal presidente del Consiglio. E tanti regali: orologi, vestiti, gioielli, e un'Audi R8 nuova di zecca. La fuoriserie, però, passa in secondo piano rispetto a quello che succede nella notte tra il 27 e il 28 maggio: la ragazza viene infatti fermata a Milano dalla polizia, con l'accusa di aver rubato soldi e gioielli dalla casa di una sua conoscente. Ruby risulta essere minorenne, e in fuga da una casa famiglia presso la quale era stata affidata dal tribunale dei minori di Messina. Viene quindi trattenuta in questura, ed è in questo momento che la vicenda assume risvolti imbarazzanti per il nostro Paese anche a livello internazionale. Dalla presidenza del Consiglio, parte una telefonata volta a richiedere il rilascio immediato della ragazza, senza fotoidenticazione e senza relazione di servizio. L'escamotage utilizzato è clamoroso. Ruby viene infatti spacciata per “la nipote di Hosny Mubarak”, il presidente egiziano, la questura obbedisce e la ragazza viene rimessa in libertà. Ad attenderla fuori, Nicole Minetti, l'igienista dentale del premier, approdata nel consiglio regionale lombardo, e ora indagata assieme a Fede e Mora per favoreggiamento della prostituzione.

Rimane da capire quali siano stati i rapporti tra il premier e la minorenne marocchina, se, come dice Emilio Fede, “non mi è mai capitato una sola volta di vedere terminare le cene in un modo che si possa definire trasgressivo”, o se si possano invece configurare gli estremi di reati a sfondo sessuale.

Ciò che rimane, è sicuramente la figura di un presidente del Consiglio ricattabile, inadatto a governare un paese in difficoltà, che si trova inguaiato tra imbarazzanti vicende che distolgono l'attenzione dai problemi reali. “Unfit” l'hanno definito all'estero, “un uomo malato che frequenta minori” disse l'ex moglie Veronica Lario, in risposta allo scandalo Noemi Letizia.

Ci si interroga poi sulle giustificazioni usate: “Mi muovo sempre per chi ha bisogno”. Le domande, se le pongono soprattutto a L'Aquila e a Terzigno. Perchè a Ruby le macchine, i gioielli, i vestiti, e a noi solo macerie e mondezza?

 

Andrea Demontis

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