Nessuna buona nuova dal nostro inviato nel ridente del Berluskonistan. Anzi, una buona notizia c’è. Il virus comunista che ha ormai contaminato tutti (ai voglia in sedici anni a far danni) s’è trovato uno sbarramento di reticolati e trincee in assetto da guerra piazzate sulla Piazza Sant’Anastasia, a Roma. Che, guarda caso, è anche la sede nazionale del Pd. L’abbiamo scampata bella. Difatti ecco subito il primo commento di Bersani, intonso dal virus e lucidissimo come al solito, dopo che ha sentito in tv le ultime malefatte di B, sia riguardo le minorenni che ha frequentato, frequenta, e frequenterà, e le battute sui gay: “con un presidente del Consiglio del genere siamo lo zimbello del mondo”. Parole forti. Ma, qualche infettato nel peggior stadio della malattia gli ha ribattuto che “sei tu lo zimbello del mondo, caro similB, che con una destra del genere fondata sulla leadership di questo leader carisnanico non riesci a fare opposizione”. Ma, il nostro inviato dal ridente Paese, ci fa notare com’anche i più stretti collaboratori di B, coloro che l’hanno pettinato e massaggiato in questi sedici anni, nonché tagliato le unghie, abbiano avuto un sobbalzo sulle ultime notizie. “Stupidità sconcertante”, “abuso di potere”, “casini auto procurati e non complotti”, “il cavaliere si dia una calmata”. Firmato Belpietro, Veneziani, Facci, Feltri. All’improvviso. Sarà che avranno un metabolismo lento. Molto lento. O forse, in questi giorni, anche loro sono stati raggiunti dalle menzogne che, noti terroristi rossi, vanno dicendo in giro. Da troppo tempo. Ecco come infangare il buon nome di un uomo intonso e oculato come B: questi comunisti asseriscono che i primi soldi con cui B fondò la sua prima società, l’Edilnord Sas, li prese dalla Banca Rasini, l’istituto di credito che successivamente Paolo Borsellino definì come “il deposito dei capitali della mafia al nord”. Erano correntisti della banca (che aveva come direttore il padre di B, Luigi) Pippo Calò, Bernardo Provenzano e Totò Riina. E B da quella banca prese i primi soldi. Quando aveva ventisette anni. E ancora i capelli. Ma, proseguono le dicerie dei comunisti: nel ’73 B ha comprato ad un prezzo di favore da Annamaria Casati Stampa la villa di Arcore. La Arcorville. Asseriscono che, il costo reale della villa, fosse di una ventina di volte superiore a quello pagato da B. E che questo è stato possibile perché la vendita la fece il protutore della ragazzina, un certo Previti. Ma basta guardarlo in faccia per capire che è innocente, questo Previti. Poi, in questa villa, avrebbe portato un mafioso, tale Vittorio Mangano, che travestito da stalliere sarà per due anni “la testa di ponte della mafia al nord”, come diranno Falcone e Borsellino al maxi processo dove verrà condannato. Ma naturalmente B è un bravo ragazzo, questa è solo propaganda comunista. E, secondo loro, è stato pure iscritto alla loggia massonica P2, col grado di apprendista muratore e la tessera numero 1816. Tutta fantasia. L’accusano financo d’aver corrotto la Guardia di Finanza nel ’79, d’aver finanziato del traffico di droga nel ’83 a seguito d’una sua intercettazione fatta sempre dalle fiamme gialle, e di aver pagato tangenti a Craxi nel ’84 affinchè gli facesse delle leggi per le sue televisioni. Ma noi sappiamo che non è vero. Come lo sanno Belpietro, Feltri, Veneziani e Facci. L’accusano d’evadere le tasse con le sue 64 società off-shore, di falsificare i bilanci tanto che ne ha depenalizzato il reato, e di avere un monopolio sia giornalistico che mediatico grazie alle tangenti che ha versato al giudice Metta per prendere la Mondadori, e quelle che paga ai parlamentari per non fare una legge sul conflitto d’interessi. Da sedici anni mai fatta una legge pro-elettori, ma sempre pro-eletti. E, evitando d’aggiungere altro a queste maldicenze comuniste, veniamo alla parte più tragica del rapporto che il nostro inviato ci ha dettato per telefono. Singhiozzando. Nel 1887, il noto comunista Oscar Wilde, scrisse la fine tragica di B, in un romanzo. Il Fantasma di Arcorville. Racconta di come il fantasma si aggiri all’interno di una villa (quella di Arcorville) spaventando tutti, agitando catene, facendo scherzi, raccontando barzellette. E, tutti intimoriti, scappavano. E lui se la rideva sotto i baffi (trapiantati). Finchè un bel giorno arrivò la famiglia Otis, la quale agli sforzi del fantasma di spaventarli, rispondevano ironicamente al fantasma, burlandosi di lui. E, i bimbi più piccoli della famiglia, gemelli, approfittarono della situazione facendo a loro volta degli scherzi al fantasma che, stanco e sconsolato, si depresse per non riuscire più a spaventare nessuno. E, mentre un giorno piangeva in un angolo tetro e buio della villa, la loro sorella Virginia lo sentì. S’avvicinò e vide un essere distrutto, uno che per tutta la vita s’è burlato degl’altri, e che ora si ritrova a subire quelle burle. Lui le chiese d’aiutarlo, e lei acconsentì. In questo modo: Virginia avrebbe dovuto pregare Dio, affinchè perdonasse le colpe del fantasma. E, dopo averlo perdonato, gli avrebbe dovuto concedere una morte veloce e indolore. Virginia pregò e il fantasma morì. Solo, senza nessuno accanto, a parte Virginia. Che l’aiutò solo per pietà.
Stefano Poma